L’altra notizia

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L’onestà controversa di un uomo fragile: J. Edgar.

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Clint Eastwood si rilancia nel raccontare la sua visione critica degli Stati Uniti mettendo in luce la vita controversa di un personaggio che ha influenzato la politica e gli ideali della più grande democrazia del mondo: J. Edgar Hoover.

Funzionario del Dipartimento di Giustizia, sale all’FBI giovanissimo mostrando subito il suo essere metodico e deciso. Dal 1924 al 1972 serve l’organizzazione federale con estrema dedizione seguendo un unico scopo: difendere a tutti i costi la propria nazione. A dirla così si direbbe che si stia parlando di un eroe nazionale, ma come in tutti i vari personaggi che la storia ci ha consegnato, lasciano un po’ di dubbi sulla tesi che si potrebbe profilare inizialmente.

Il disegno di Edgar Hoover editato da Eastwood, è quello di un uomo cinico, arrivista e a tratti spietato. Una figura che richiama sia il Barry Lyndon kubrickiano che il nostro Senatore a vita Giulio Andreotti, personaggi che con i loro modi inusuali alimentano la soro sete di potere parallela al loro infinito egocentrismo. Il risultato è quello del classico film “scomodo”, molto simile come criticismo al contestato La nascita di una nazione, con ritmi alternati e non lineari, trattando con sufficienza alcuni episodi importanti come il coinvolgimento di Hoover nell’assassinio di J. F. Kennedy a Dallas nel 1963, e dando degli incipit falsi e forzati sull’inizio della sua carriera nel Bureau, attribuendola al procuratore Mitchell Palmer. Ci si concentra maggiormente sulla figura materna di Hoover, che ne condiziona la vita e il carattere, e del suo ipotetico rapporto extra-lavorativo con il suo braccio destro Clyde Tolson. Ha un po’ del provocatorio affrontare il tema dell’omosessualità di Hoover, ventilata tutt’oggi come ipotesi, pensando al ruolo importante che ha ricoperto dell’FBI per molti anni, guadagnando un certo tipo di immagine integra e quasi perfetta che, con questa insistenza di Eastwood, può essere scalfita senza problemi.

Il film in generale può essere più considerato un documentario da programmi di analisi storico-scientifiche che un prodotto da pellicola per il suo continuo rievocare di eventi storici tutto sommato ben rielaborati, soprattutto a livello di mentalità dei periodi man mano trattati.

La prova degli attori è pressoché sufficiente, anche se la delicatezza dei temi trattati probabilmente meritavano molto più astro a livello di recitazione e anche di preparazione a livello di scenografia e trucco.

Il box office americano non ha premiato il film, perché nel finale cancella drasticamente tutta quell’onda di retorica che si crea attorno al personaggio e, come si sa, la gente non è mai pronta ai cambiamenti radicali e a visioni definibili “distorte” della storia. Si alimentano speranze nel mercato europeo sempre sensibile alle storie di personaggi controversi. Consigliato agli appassionati di storia americana e contemporanea, che sono dotati di molta pazienza.

Scritto da giupino86

domenica, 8 gennaio 2012 alle 2:09 pm

Pubblicato in Cinema

La forza del cambiamento di Sean Penn

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Locandina del fim

La noia. L’angoscia. L’ansia. La redenzione. La ricerca. Infine il cambiamento. Tutti questi ingredienti apparentemente discordanti tra loro danno come prodotto finale This must be the place ultimo lavoro made in USA del regista Paolo Sorrentino in collaborazione con un’artista d’eccezione: il Premio Oscar Sean Penn. Ma parliamo del film in base agli step sopracitati.

La noia. La storia del film è concentrata sulla figura di Cheyenne, un ex pop star anni ’80, look-a-like al leader dei Cure Robert Smith, ora ritirato nella sua dimora con la sua compagna Jane. Passa una vita all’insegna dell’apatia, cercando stimoli giovanili tramite una sua giovane fan vicina di casa, senza avere particolari successi, mantenendo quindi il suo essere stanco e annoiato.

L’angoscia. Cheyenne vive il suo passato a fasi alterne. Si compiace in parte per il fatto di essere ancora riconosciuto per strada, ma dall’altro si abbandona in un velo di tristezza per tutto quello che la sua carriera musicale ha comportato. Sulla sua schiena grava un peso gravoso, ovvero l’aver trascinato alla morte due componenti della sua band, che hanno seguito in modo forse troppo assiduo il modo di apparire molto dark e a tratti malinconico del gruppo. Nonostante vada a dar loro omaggio al cimitero il peso non si dissolve, perché non basta un piccolo gesto per assolvere tutte le colpe apparenti.

L’ansia. La compagna Jane ha sempre creduto nel potenziale del compagno in campo musicale, spronandolo sempre a ritornare sulla scena in qualsiasi veste. Cheyenne ha davanti a se due possibilità: produzione dischi o ritorno sul palco in via sporadica. L’occasione della produzione capita tramite dei ragazzi incontrati in un centro commerciale che stavano suonando una cover del gruppo di Cheyenne. Mentre il ritorno sul palco è offerto dalla emittente MTV in occasione dei World Music Award, per spalleggiare l’artista Lady Gaga che era stata la principale promotrice dell’occasione. In entrambe le situazioni Cheyenne si rinchiude nella sua paura ansiogena abbandonando quindi ogni possibilità offerta, trasmettendoci quel senso di tensione dovuta al giudizio del mondo esterno sul suo operato nel passato.

La redenzione. La svolta arriva con una telefonata agghiacciante che comunica la morte del padre di Cheyenne. Il riconcilio con la famiglia lo riporta con i piedi per terra e l’occasione dell’ultimo saluto al padre scioglie il velo di tristezza che lo accompagna. Nel suo io più profondo cerca di darsi risposte sul fatto di aver, in un certo senso, abbandonato ogni via di comunicazione con la famiglia per abbracciare la scelta dell’esilio forzato (se così si può definire) a Dublino, dopo aver chiuso le porte al mondo dello spettacolo. Quell’attimo vissuto davanti al corpo ormai defunto del padre vale più di mille parole. Ha quel senso di richiesta non solo di perdono ma anche di redenzione nei confronti delle persone che hanno vissuto con lui nel periodo in cui non si era fatto sentire. Proprio quell’attimo è l’inizio di un nuovo capitolo per Cheyenne. Una rinascita dello spirito.

La ricerca. Il padre di Cheyenne era uno dei tanti ex deportati ebrei che hanno vissuto gli orrori del campo di Auschwitz. Il lascito dello stesso, hanno portato Cheyenne a scoprire che il padre ha passato un’intera vita a cercare il suo carnefice nazista, colui che gli ha reso l’esistenza un vero inferno. Questa eredità, composta da un diario e un album di disegni e schizzi a matita, ha il valore di una indagine criptata che porta Cheyenne a completare il lavoro interrotto dal padre. Nonostante esista già una sorta di “cacciatore di nazisti”, amico di famiglia, Cheyenne si avvale solo del suo cinismo e la sua voglia di cercare nei volti delle persone incontrate in questo lungo viaggio, i tasselli della vita del padre che non ha mai avuto modo di vedere con i suoi occhi nel lungo periodo di distacco. Il suo viaggio porta nell’America più vera fatta di storie semplici e a tratti surreali. Dall’ex insegnante che vive di ricordi, all’inventore del trolley dimenticato da tutti, passando per una ragazza che vive ancora il peso di aver perso il suo compagno in guerra. Un tuffo al cuore che un po’ fa specchiare Cheyenne nel mondo che non ha mai conosciuto per il suo essere appagato dall’eccessivo successo.

Il cambiamento. La fase finale porta Cheyenne al traguardo desiderato, ovvero incontrare l’ufficiale nazista e cercare di capire il perché di tanta ossessione nei suoi riguardi da parte del padre. Il dialogo con l’ufficiale e il fondamentale aiuto del “cacciatore di nazisti” portano ad un drastico cambiamento di Cheyenne nell’animo, mostrandolo nella via di casa cambiato non solo nell’aspetto, più curato e al passo coi tempi, ma anche più rilassato e sereno regalando un sorriso sincero e schietto alla sua vicina di casa tormentata dalla scomparsa del figlio Tony, ritrovato per un attimo proprio in quel sorriso che abbatte tutti i problemi. La frase finale, tratta dal diario del padre di Cheyenne rende ancora più chiaro il concetto del cambiamento e il peso di quel sorriso:

Poi durante l’inferno, anche noi, all’alto lato del filo spinato guardavamo la neve. E guardavamo Dio. Dio è così, una forma infinita che stordisce, bella, pigra e ferma, che non ha voglia di far nulla, come certe donne che da ragazzi abbiamo solo sognato.

Scritto da giupino86

sabato, 29 ottobre 2011 alle 12:01 pm

Pubblicato in Cinema

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